RTW day 35-36: l’isola dove nasce il sole

Siamo a La Paz e dormiamo in un hostal accogliente, anche se per Paolo il materasso è troppo duro… da notare che nei due giorni precedenti abbiamo dormito, prima, su dei letti fatti con dei blocchi di cemento e poi su altri costruiti con dei mattoni di sale, vicini vicini in lettini ad una piazza. Lo sbeffeggio e mi giro dall’altra parte. Credo di essermi addormentata in due nano-secondi, forse per la pressione psicologica che domani ci aspetta di nuovo la levataccia all’alba. Nel cuore della notte mi sveglio di soprassalto, sento urlare dalla strada: “Pablo, Pablo… Pablo!”. O qualcuno sta guardando la telenovela della peste a tutto volume e, in quel caso, voglio sapere come va a finire, o non è suonata la sveglia e l’autista del bus ci sta cercando. In realtà non è nulla di tutto ciò, è mezzanotte, borbotto qualcosa e cerco di muovermi, purtroppo però mi si è addormentata la gamba: è davvero gnucco questo materasso, ma non lo ammetterò mai davanti a Paolo!

Ore 6:00 suona la sveglia, colazione flash, il bus passa a momenti proprio qui sotto con destinazione Lago Tititicaca. Cade una pioggia incessante, ma il mercato dei fiori e delle medicine naturali, sotto la nostra finestra, inizia comunque ad animarsi. Nonostante sia una giornata uggiosa e grigia, i colori degli abiti di queste donne rallegrano la vista e spiccano tra le strade.

Si parte, il bus sfreccia tra le stradine e dopo qualche ora finalmente vediamo il lago, da quanto è grande sembra quasi un mare! Il bus viene caricato su una zattera e ancora mi domando come abbia fatto a non affondare (che poi nella valigia c’è il marcador e chi lo sente quell’altro se ne devo comprare ancora uno nuovo??).

Noi, invece, su di una barchetta, ad altezza popolazione locale, dove ci siamo fatti lo scalpo un paio di volte a testa. In 20 minuti raggiungiamo San Pedro de Tiquina dove abbiamo tempo di rifocillarci. Io, ormai, sono abbonata al mate di coca, ma questa volta con l’aggiunta dell’ospite… Un bel vermicello che galleggia. Tutte proteine in fondo! Ancora un’ora di bus per Copacabana (la versione boliviana ovviamente) e poi altra traversata in barca per lIsla del Sol.

Su questo lago immenso e altissimo (quasi 4.000 metri) sono due le attrazioni principali: questa isola (e la sua versione più piccola, l’Isla de la Luna) oppure le isole galleggianti degli Uros. Noi abbiamo scelto la Isla del Sol, ci è sembrato un posto più genuino e libero da messe in scena turistiche.

Una volta arrivati nella culla dell’antica religione degli Inca, già ci troviamo a chiedere aiuto al grande dio Inca Inti per darci la forza di superare una scalinata di mille mila gradini, da me ribattezzata la scala de la muerte. A 4.000 mt, dopo 10 gradini, hai bisogno della bombola d’ossigeno!

Arriviamo in cima, dove ci accoglie Sonia, la proprietaria del nostro alloggio: un sorriso sincero, grandi occhi scuri, lunghe trecce nere e gonnellona tipica di questi posti. Preoccupata, ci stava venendo incontro, dandoci ormai per dispersi. Prende la parola Paolo e le spiega che andavamo piano perché io avevo il fiatone! Io!! Sempre io? Che ancora un po’ lo dovevo caricare sull’asino per farlo arrivare all’ostello… semplicemente io mi fermavo di tanto in tanto per dare un’occhiata alle bancarelle disseminate per la scalinata… non si sa mai che c’è un copri-penna-alpaca e io vado dritta…

Ci sistemiamo e facciamo il piano: tramonto in cima all’isola (altri gradini!!). Piano che subito fallisce a causa della sottoscritta: vedo una bambina seduta sul sentiero, proprio sotto alla nostra finestra, in compagnia del suo animale domestico. Un cane? No, un alpaca!

Le vado incontro. Si chiama Esmeralda e il suo fido compagno di giochi è Albino; mi racconta che ha 10 anni (ma ne dimostra molti meno) e non sempre va a scuola. Ci sediamo per terra, giochiamo con i sassolini e chiacchieriamo un po’… poi mi dà un pezzo di biscotto per Albino così lui si lascia accarezzare, è morbidissimo! Lei si mette un biscotto metà tra i denti e il suo alpaca ne morde l’alta metà, bocca a bocca… ridiamo! (una mamma italiana sarebbe svenuta al pensiero). Mi viene in mente che in valigia ho dei palloncini, corro su a prenderne uno rosa (cacchio corro che poi respiro come un’ottantenne?). Me ne chiede altri per i suoi fratelli, la accontento ma poi insisto perché vada a casa, inizia a fare veramente freddo e lei indossa solo un maglioncino. Ci diamo appuntamento per il giorno seguente, lei ci saluta e ci manda baci fino a quando la vediamo sparire dietro la curva del sentiero che la riporta a casa. Poco dopo viene giù una pioggia fitta fitta e io spero che Esmeralda sia arrivata in tempo.

È sera ed inizia a fare freschino. Devo assolutamente recuperare un’altra coperta. Chiedo aiuto a Paolo che (maledetto) ne approfitta per ricordarmi il mio corso di memoria parcheggiato da giorni. “Allora, coperta=manta, ricordati il pesce! Letto=cama… come camera senza er”. Perfetto! Ora vado e ritorno con una coperta di lana finissima di alpaca… uh, che belli questi disegnini e questi ricami fatti dalla proprietaria… ecco mi sono dimenticata!!!

Arriva Sonia e ripeto tra me e me: Vale ricordati il pesce! “Ehm… quero una trota para la mesa” (tradotto: vorrrei una trota per la tavola)… Sonia mi guarda un po’ stranita e mi risponde qualcosa tipo che ha solo una cotoletta di pollo se voglio… e che me ne faccio della cotoletta di pollo!? Mica mi scalda… forse non era proprio così la frase… vabbè sono italiana, giusto? Parte il gioco dei mimi e, tempo 10 secondi, Sonia ha capito senza neanche chiedere l’aiuto da casa. Torno raggiante con la mia coperta di alpaca in camera e ovviamente non racconto nulla di trote, mante, came e mese. Uff, che fatica!

Il mattino seguente mi sveglio alle 5:40, sento che fuori dalla finestra c’è qualcosa di particolare, le mie antenne vibrano… caccio giù dal letto Paolo, intimandogli con affetto di aprire le tende. Lui bofonchia, esce dai 12 strati di coperte e fa entrare la luce nella stanza. Tempismo perfetto, sta sorgendo il sole! Ci godiamo l’alba sotto le coperte, giornata iniziata presto, ma nel modo migliore. Ormai sono in connessione con la Pachamama!

Tra i raggi del sole nascente, di fronte all’Isla del Sol, che rappresenta l’uomo, vediamo l’Isla della Luna, che il mito descrive come donna. Queste due isole che si guardano rappresentano la contrapposizione e l’attrazione tra il positivo e il negativo, l’uomo e la donna, il sole e la luna, il grande e il piccolo.

Di buon ora, facciamo un giro e il sole fa un gioco di luci veramente strano… sembra quasi che l’occhio del dio sole ci stia guardando. Sarà una suggestione, ma in posti come questo, dove mito e storia si intrecciano, si percepisce chiaramente un’energia intensa.

Per raggiungere la vetta passiamo attraverso una foresta di piante di eucalipto. Io: “Paolo senti che profumo?” Lui: “sai che io non sento gli odori!” Io: “ma è davvero intenso!”. Niente da fare.

Dopo un po’…

Lui.: “Ora lo sento, il profumo di eucalipto!” io: “impossibile, siamo davanti ad un porcilaio… Si sente tutto tranne che odore di eucalipto! E non penso che quella scrofa che ti sta fissando la faccia mentolata”.

Ci fa da guida un cagnone, che ogni tanto si gira e sembra dirci: “oh, ma vi muovete?” E per fortuna c’era lui, perché Paolo voleva farmi prendere una scorciatoia, a suo dire, che ancora un po’ servivano le scarpe chiodate.

Saliamo al mirador e molteplici simboli sembrano richiamare religioni diverse, ma tutte improntate alla reverenza verso il sole, nel suo nascere e tramontare.

Dalla cima dell’isola ci godiamo una vista sull’immenso Titicaca, ovvero sul “puma di pietra”, in quanto dall’alto, il lago avrebbe la forma di un puma che caccia una viscaccia (roditore della famiglia dei cincillà). Si racconta che i suoi fondali celino città antiche, ma che nessun abitante dell’isola voglia sapere cosa nascondano, in quanto il lago è sacro e lo si rispetta. Il mito vuole che sia il luogo in cui la civiltà inca è nata, infatti si narra che il primo imperatore della dinastia sia stato il figlio del dio sole Inti.

Calpestare il terreno in cui è nata una civiltà è un’esperienza unica e suggestiva!

Io però sono in fibrillazione, perché voglio tornare al nostro hostal dalla piccola Esmeralda; da lontano vedo un cappellino rosa e un batuffolone di pelo bianco: sono loro! Le andiamo incontro, parliamo un po’ e le diciamo che oggi partiremo per Copacabana e quindi ci dobbiamo salutare. Lei tira fuori, un po’ intimidita, un cappello di lana morbidissima, con degli alpaca ricamati, consegnatole dalla mamma per venderlo.

Siamo lì, con quel cappellino in mano, due occhi grandi che ci guardano e noi che ci chiediamo cosa sia giusto fare. Passano interminabili minuti in cui ci guardiamo negli occhi e nella coscienza: il cuore ti dice una cosa, la testa un’altra.

Osserviamo lei, teniamo quel cappello tra le mani, poi io e Paolo ci fissiamo negli occhi, ricomincia il giro e continuiamo per un po’ di volte, finché decidiamo che non è giusto comprarlo. Pensiamo che il fine sia sbagliato, dare 15 pesos boliviani (poco più di 3 euro) a noi non fa la differenza ma finiremmo per incentivare l’uso della tenerezza dei bimbi per vendere. Non giudichiamo il perché di queste situazioni, ma vorremmo solo vederla giocare o leggere. Tutto ciò non ci lascia indifferenti e l’impossibilità di fare qualcosa per lei ci strazia. Le chiediamo di mangiare qualcosa con noi, Sonia ha preparato cotolette di pollo (la famosa orecchia di elefante milanese?!) e patatine fritte. Poi, mentre sistemiamo le ultime cose prima della partenza, la osservo dalla finestra mentre gioca con Albino… non riesco a staccare lo sguardo. Poco dopo passa un gruppo di turisti, si avvicinano uno ad uno, foto a lei, foto all’alpaca, senza neanche rivolgerle una parola e le allungano un paio di pesos per il disturbo. La scena mi fa male, mi fa male pensare che così si insegna ad un bambino a mercificare se stesso in cambio di qualche soldo. Un bambino che magari non è in grado di capire se quello che stia facendo è giusto o sbagliato, ma tu che sei un turista che ti definisci “acculturato” sì, cavoli! Questo è ciò che penso, forse sto sbagliando tutto, ma è giusto anche rispettare le idee degli altri senza dare giudizi. Dentro di me lotta tutto: testa, cuore, pancia… qualche lacrima fa capolino, ma non sono sicura possa lavare via queste emozioni.

È arrivata davvero l’ora di salutarla, lei ci guarda e ci dice: “que dios te benediga“, la accarezziamo e le diciamo di avere cura di sè e di Albino. Ci scapicolliamo giù per la scalinata de li muortacci de li Inca e io mi devo appoggiare a Paolo, perché ho la vista un po’ appannata, esattamente come ora mentre sto scrivendo queste pagine.

Riprendiamo la barchetta per Copacabana e saliamo sul bus ci porterà al confine della Bolivia. Si scende, controlli di rito e timbro di uscita dal Paese, immancabilmente quello di Paolo è tutto spatarrato.

Il confine qui si attraversa a piedi, il cielo minaccia pioggia, incrociamo le dita affinché il tempo regga fino all’arrivo del prossimo bus, sul lato peruviano. Ok, sono pronta, mi giro per cercare Paolo e lo vedo 1km più in là, carico come uno sherpa e che zompetta come un nandù, con in spalla il borsone di una biondona svedese, più il suo zaino e la valigia. Per chi se lo fosse perso, ricordo che siamo a 4.000 metri e che il mio consorte normalmente sviene solo ad allacciarsi le scarpe a questa quota. Misteri della vita… sospiro e medito la tremenda vendetta, mentre attraverso con il mio passo il confine, mi godo questa traversata a piedi e la scritta “Peru” in rosso mi preannuncia che ora la strada è tutta in discesa.

Timbro del Perù e via sul bus che ci porterà a Puno, tra piccoli paesini, campi di quinoa e spazi vuoti dove i pensieri viaggiano liberi.

Ore 21:00 crolliamo nel letto, anche i pensieri di vendetta sono troppo stanchi per formarsi nella mia mente, pure per questo giro il broccolone l’ha scampata.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    Ieri sera mentre leggevo….con i piedi scaldati dai miei calzettoni di alpaca….che dopo dodici anni non riesco a buttare…bhè ho provato nostalgia di quella colorata semplicità e un pò di tristezza nel racconto di Esmeralda….come ti capisco Vale e come vi ammiro ragazzi, per la vostra fermezza e l’umorismo alle stelle…come la pressione !!!

    1. la Vale ha detto:

      Proviamo a mettere un po’ di coerenza in questo viaggio cercando di non fare i turisti, ma i viaggiatori… non so se ci riusciamo fino in fondo, ma cerchiamo di rispettare anche idee che non condividiamo. Gli occhi di Esmeralda me li ricordo ancora, difficile dimenticarli, ma ancora non so se abbiamo preso la scelta giusta. Per l’umorismo quello non manca mai, ci fa superare qualsiasi difficoltà, persino le biondone!

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