RTW day 39-40: Arequipa, la città bianca… e non solo

Continuiamo con i ritmi lenti e questa volta lo facciamo ad Arequipa, una città che sembra staccarsi nettamente dal Perù che abbiamo visto fino ad ora (se non fosse altro che si trova sotto i 3000 metri e finalmente respiriamo!). Il centro storico di Arequipa ci si presenta ordinato, splendente, grazie anche all’effetto della pietra vulcanica bianca di cui sono fatti i principali edifici. Sembra essere un mondo a parte, anche rispetto al resto della città, in continua crescita selvaggia (la popolazione ha recentemente superato il milione), dove le case spuntano ovunque, anche nel deserto stesso che circonda la città. In molti da Puno e da Cusco si trasferiscono qui in cerca di fortuna, accettando condizioni di vita molto dure, in perenne carenza di acqua e di elettricità. Tutto questo sembra però non raggiungere il centro storico, come se i muri bianchi fossero appannaggio solo di turisti, di negozi e di agenzie di viaggio. Giriamo tra le viuzze di questa bella città coloniale e ci perdiamo tra le bancarelle dei libri, ne compriamo un paio per i bimbi del Perù che presto andremo a trovare.

Camminiamo fino al mercato. Rispetto alla Bolivia qui si respira un’aria più “occidentale”… pochissimi vestiti tipici, nessun mercato dei fiori e nessuno che urla “Pablo” nel cuore della notte. Resta comunque un mercato vero (con l’immancabile telenovela in onda su qualche televisore sparso qua e là), dove la gente del posto si rifornisce di ogni tipo di merce. Sulla strada notiamo molteplici negozi che vendono regali di Natale, ci colpiscono le bambole, dai tratti non proprio “locali”, occhi azzurri e capelli biondi. Globalizzazione? Decisamente amara.

Nella Plaza de Armas spiccano due alti campanili, ci troviamo davanti alla più grande cattedrale del Perù: è imponente ma la pietra sillar le conferisce un aspetto candido. È una cattedrale da Guinness:

  • una delle neanche 100 basiliche al mondo autorizzate ad esporre la bandiera del Vaticano
  • possiede l’organo più grande del Sud America che gli fu donato dal Belgio, ma fu danneggiato durante il trasporto in mare e il suo suono rimase stonato per più di un secolo
  • le sue enormi 12 colonne rappresentano i 12 apostoli.

A noi piacciano i posti un po’ più raccolti e caratteristici, così ci ributtiamo tra le viuzze del centro storico. Una di queste vie porta alla Pasta Canteen, il nome per un italiano è come miele per le api. Ci avviciniamo guardinghi… potrebbe essere una trappola… una roba tipo ristorante finto-italiano che serve pasta bolognaise e fetucini al pesto con funghi e marmellata. Siamo in carenza da carboidrati e, con un menù di 3 piatti, tutto sembra convincerci ad entrare…

La Vale entra spavalda dichiarando: “siamo italiani e siamo armati, fate una pasta col sugo normale e nessuno si farà male”. Il cuoco sbianca… pressione psicologica alle stelle. La pasta arriva fumante al tavolo, il cuoco fissa la Vale, lei assaggia e gli batte le mani, lui sorride e tira un sospiro! In effetti è molto buona, pasta all’uovo tirata al momento, sugo saporito e fresco. Standing ovation e scarpetta. La cameriera fa notare al cuoco peruviano che il piatto non necessita di essere neanche lavato, abbiamo spazzolato tutto, lui sviene per l’emozione!

Ci concediamo qualche giorno in hotel per far riposare la nostra schiena… ore 14:00 ci registriamo e ci comunicano che purtroppo le stanze standard sono esaurite, quindi per noi è rimasta solo la suite presidenziale (ovviamente allo stesso prezzo di quella dei barboni). Devo rianimare la Vale con i sali e, prima di entrare in stanza, lei chiede le pattine! Quando scopro che c’è l’idromassaggio, è finita… in più quando trovo il sapone per fare le bolle nella vasca scatta il delirio. Idromassaggio a potenza 1000 e nel giro di 30 secondi sono sommerso di schiuma. A dire la verità tutto il bagno è sommerso di schiuma. La cosa mi è sfuggita un tantino di mano e non trovo più neanche il tasto per spegnere sto macchinario infernale… per fortuna interviene la Vale, prima mi dice con tono garbato: “Paolo, ma che diavolo stai combinando?!!!!”, poi arriva in compagnia dei sommozzatori a salvarmi… da oggi bagno interdetto per me e da domani declassamento a stanza della vergogna, con vista tromba delle scale nel semi-interrato. È stato bello finché è durato.

Vale mi odia, ha spalato schiuma per un’ora, ma per farmi perdonare, prenoto un massaggio, in fondo domani è il 10, il nostro giorno, il nostro mesiversario. In più, dopo un mese e passa di zaino, le spalle iniziano a chiedere pietà. La Vale esagera: masaje profundo, non è che si è proprio rilassata. Io vado sul classico, visto che l’ultima volta che ho fatto lo sborone con l’hot stone massage ho avuto ustioni di quinto grado sulla pancia e gibolli rossi su tutto il corpo per un mese.

La mattina del giorno seguente è dedicata al Monasterio de Santa Catilina. Più che un monastero ci sembra una città da quanto è grande, la regia mi suggerisce che è il più grande del mondo e che è raffigurato sulle monete da 1 soles… abbiamo un sacchetto di monete, tutte tranne quella ovviamente!

La Vale, che ha studiato tutto, fa da Cicerone, mi racconta che il monastero fu fondato nel 1580 da una ricca vedova e fu costruito in stile mudéjar, un’espressione artistica iberica del periodo successivo alla fine del dominio mussulmano.

Varcato l’arco del silencio, oltre il quale le novizie dovevano rispettare il voto del silenzio, dedicandosi esclusivamente al lavoro e alla preghiera, si entra nel vivo di questo luogo… la Vale esclama, proprio sotto l’arco: “io zitta, neanche morta!”

All’interno i colori sono stupendi, il blu e il rosso la fanno da padrone, oltre al bianco della pietra vulcanica tipica di qui (mi perdoni il pubblico femminile, ma la mia scala colori è limitata ai colori primari e poco più, rivolgersi alla Vale per la descrizione accurata delle sfumature tipo rosso ocra e blu cobalto).

Dribbliamo agilmente tutte le comitive con creature urlanti al seguito e ci disperdiamo in questo dedalo di viuzze e costruzioni separato dal resto del mondo. Camminiamo per tre ore tra stanze, stanzette, gradini, gradoni, chiostri, parlatoi, cucine e cimiteri, tutto splendidamente conservato.

Ci incuriosiscono le scale, alcune finiscono nel nulla, come in una litografia di Escher, altre sembrano portare sui tetti, da dove forse le monache di clausura sognavano il mondo esterno.

Ridiamo di possibili incontri clandestini, noi saremmo caduti dal tetto al primo incontro…

Il tempo vola e lo stomaco brontola. Ritorniamo alla Pasta Canteen, ma la troviamo chiusa, quindi ripieghiamo su un finto giapponese vegetariano tristissimo, sognando pappardelle all’uovo. Rientrando in hotel, vedo un negozio che vende latte di tigre…. credo non mi lamenterò mai più del mio lavoro… Pomeriggio di relax e stasera a letto presto.

Domani si risale di quota, obiettivo: andare a visitare la Valle del Colca con i suoi paesini e i suoi simpatici condor, senza svomitazzare possibilmente!

Un commento Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    Ragazzi! Foto veramente impressionanti. Nature vive e morte, porte, finestre, frutti, fiori soprattutto i colori, una fantasmagoria, per non parlare delle scale di Escher, veramente notevoli per qualità, inquadrature ed espressione. Bravi!!
    Riguardo la porzioncina di pasta all’uovo, pur riconoscendo nell’immagine una buona presentazione, non possiamo fare a meno di pensare a quel famoso detto: piuttosto di niente è meglio piuttosto…. Sapete, qui fervono i preparativi per le prossime Feste, a voi immaginare….Baci

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