RTW day 41-42: seguendo l’istinto nella valle del Colca

Ore 7:00 e siamo già seduti nel pulmino, a questo giro siamo i primi ad essere raccattati e abbiamo ancora la bolla al naso.

Per arrivare alla Valle del Colca si attraversa il passo Patapampa a quasi 5.000 metri e il tour dura due giorni.

Tutti sono a bordo e la stragrande maggioranza è preoccupata dal mal di montagna. Tranne noi, temprati al fuoco della Bolivia, siamo lì a dispensare consigli, quasi fossimo stati un mese sul Hymalaia in infradito e braghini. Una coppia di italiani in viaggio di nozze vuole già scendere dopo 10 minuti, una signora catalana si vede già con la testa esplosa in stile Ken Shiro. Per fortuna la nostra guida Irene prende la parola e inizia una lezione magistrale dal titolo: “Mille e uno usi della foglia di coca”. Un capitolo è dedicato alla teoria che la foglia di coca non sia una droga (bisognerebbe masticarne 50kg per avere i primi effetti psicotropi) e prevede anche una parte pratica con masticata di gruppo. Io, che con tutte le dogane che abbiamo passato ho imparato solo una frase in spagnolo, ovvero “esta droga no es mia“, declino gentilmente l’offerta e, per non sembrare scortese, accetto una caramella. Al termine della dimostrazione Irene aggiunge: “ora se vi fanno il test dell’antidroga risultate positivi”… ahahaha lo sapevo! Sono salvo. Poi aggiunge: “anche se state mangiando una caramella alla coca come Paolo”… evvai! Sono fregato!

Ripassiamo: “esta droga no es mia esta droga no es mia esta droga no es mia…”. Iniziano i vari mal di testa… noi sembriamo vaccinati, ormai abbiamo un ematocrito che se ci fanno il test dell’antidoping ci squalificano a vita… i nostri globuli rossi mangiano barre di ferro puro a colazione.

Il bus procede la sua marcia attraversando l’altopiano di Arequipa, circondato da spettacolari montagne e le principali sono vulcani, in un sol colpo d’occhio ne vediamo ben tre: il Pichu Pichu (il picco), El Misti (il signore) e il Chachani (la sposa del signore). E per tenere alto il nostro orgoglio italiano, scopriamo che la prima scalata sul Chachani, alto 6.075 metri, fu effettuata dal milanese Celestino Usuelli, nel 1901! Bella zio!!!

Irene ha appena finito di indicarci tutti i vulcani, aggiungendo che non sono pericolosi in quanto dormienti o spenti, quando all’orizzonte uno di loro inizia a fumare abbondantemente. “Que suerte!” (che fortuna!), dice lei. “Mortacci!” diciamo noi (e già ci vediamo come a Pompei). In effetti si tratta del vulcano Sabancaya, che in lingua quechua vuol dire lo sputazzatore… ogni mezz’ora infatti sbuffa, manco stesse fumando una pipa.

Scavalliamo il passo tra alpaca e rocce vulcaniche, trovando il tempo anche per un autoscatto su delle piante durissime a forma di broccolo (io odio i broccoli). Irene ci dice che per onorare le montagne e ricevere fortuna bisogna costruire delle pigne di sassi senza farle cadere… riusciamo nell’impresa!

Chivay ci appare dopo un’infinità di curve, tra vette di montagne e colline terrazzate, coltivate a mano e arate con i buoi.

Giunti a Chivay ci vengono proposte molteplici e interessantissime scelte da parte del tour:

  • Terme: col cavolo! Già ci hanno quasi accoppato in Bolivia, non mi fregano più.
  • Camminata di un’ora e mezza: a 4.200 metri non ci sfiora neanche lontanamente l’idea.
  • Cena a menù fisso con danze tipiche appositamente fatte per i turisti e obbligo di ballo di gruppo: il radar fregatura turistica emette segnali di allarme rosso.

La Vale inizia a farmi segnali come neanche ad una partita di poker, facendomi capire che ha già un’alternativa in mente, così soli soletti decidiamo di uscire dalla traccia turistica, seguendo il nostro istinto. Tutti i turisti vanno verso ovest? Noi andiamo a est, direzione Sibayo, un paesino lontano dai circuiti classici. Quando lo abbiamo menzionato all’agenzia ci hanno guardato con un punto di domanda in fronte… noooo… troppo lontano… 3 ore di macchina… non c’è niente… verreste sbranati dai puma! Era il segnale giusto che era il posto per noi e la Vale non molla e punta il dito sulla cartina proprio lì! Mai scelta fu più azzeccata; dopo 45 minuti di auto siamo in un pueblito meraviglioso, in un villaggio rurale ristrutturato in parte ma decisamente fedele allo stile originario. Sulla piccola piazza principale si affaccia la Iglesia San Juan Bautista, ci facciamo rapire dai suoi particolari e dalla sua semplicità!

Attraversiamo il ponte sospeso sul Colca, il Puente Colgante Portillo, dove carovane di alpaca e di lama passano carichi di legna da ardere o altri prodotti. Noi lo attraversiamo non molto convinti, traballa ad ogni passo!

Girovaghiamo tra le viuzze, circondati da piccole case in mattoni di adobe e tetti in paglia, mentre le botteghe tessili chiudono e il sole cala dietro le montagne.

Dormire qui deve essere suggestivo, pochissime luci e una tranquillità totale. Prima di rientrare a Chivay, scambiamo due chiacchiere con una contadina che, mentre cura i suoi alpaca, fila la lana… multitasking queste donne! Ci fa toccare la lana che sta filando, mai sentita una più morbida!

Ormai è buio, entrando in paese in sentiamo da lontano musiche in festa che ci chiamano in piazza: il delirio è totale, nonostante sia iniziato tutto 4 giorni fa l’energia è ancora palpabile. Balli, allegria e musiche sono un omaggio a Pachamama, si dice che danzando si massaggi la Madre Terra e che lei sorrida! Wititi, è una danza antica della cultura pre-inca, la leggenda racconta che giovane uomo, caduto in amore per la figlia del re, si travestì da donna per entrare nella residenza della ragazza per conoscerla.

La festa è animata da due categorie di personaggi:

  • I ballerini: sia uomini che donne di tutte le età, vestiti con abiti ricamati e sgargianti, indossano gonnelloni ampi (anche per i caballeros) che fanno roteare con colpi di anche alla Sofia Loren, ballano avanzando in circolo a ritmo di musica.
  • I musicisti: a loro volta divisi tra trombettari, pifferai e tamburisti, suonano initerrottamente per tutta la durata della festa, giorno e notte. Ora, il tamburista lo posso capire, ma il trombettaro? Io salgo le scale e mi sembra di avere un enfisema triplo… ma questi da dove prendono l’aria!?

La musica è ipnotica e va avanti in continuazione senza cali di intensità. Siamo sicuri che le foglie di coca non siamo una droga? Impossibile non farsi coinvolgere dall’aria di festa, imitiamo i loro passi e massaggiando un po’ anche noi la Madre Terra! Felici della nostra scelta di essere scappati dalla sceneggiatura fatta apposta per i turisti, sveniamo nel letto del nostro ostello, in attesa della sveglia delle 6:00, ormai immancabile!

La mattina seguente, sul pulmino, mancano all’appello un paio di persone che Ken Shiro ha provveduto a sistemare durante la notte. Passiamo per altri paesini della valle, mentre ci dirigiamo verso la tappa finale, il mirador della Cruz del Condor, dove si possono ammirare questi enormi volatili.

Io sono irrequieto… non tanto per la paura che un condor mi rapisca (la nostra guida ci spiega che non hanno forza nelle zampe perché hanno gli artigli del pollo), ma perché avrei voluto arrivare alle 7:00, prima dell’arrivo della massa di persone e tutte queste soste ci fanno perder tempo prezioso (di nuovo la dannata fretta milanese!). La Vale è più tranquilla, mi è diventata più saggia, dice che bisogna prendere le cose come vengono e goderci il viaggio senza pensare alla metà… e poi sti condor sono pure brutti, con la cresta molle, gli occhi rossi, le zampe del pollo, che se uno si avvicina troppo si spaventa pure!

Irene ci spiega che i condor possono andare da qui all’oceano e tornare in giornata.. ora, quando io parto per andare al mare, mica esco alle 9:00 che poi becco coda in tangenziale! Vuoi che il condor sia così fesso? Brutto sì, ma fesso no! Me lo immagino già che carica l’auto alle 7:00 del mattino, mentre borbotta che la moglie è in ritardo per il trucco-parrucco e il condorino ha già vomitato sul cruscotto ancora prima di partire. Arriviamo alle 8:30 e di condor infatti neanche l’ombra… a quest’ora saranno già al casello di Lima (se non hanno trovato traffico a Roncobilaccio ovviamente). Ad un certo punto, con la coda dell’occhio vedo un’ombra su un sasso… vuoi vedere che hanno lasciato la suocera-condor a casa? In effetti eccola! Gira in ampi cerchi, parlando male della nuora in condorese stretto stretto. Siamo comunque soddisfatti perché abbiamo pure visto i colibrì giganti, anche se la perla di questi due giorni resta sempre Sibayo.

Tappa pranzo, dove recuperiamo le vittime del mal di montagna e rientriamo infine ad Arequipa. Domani si parte per la marcia di avvicinamento a Machu Picchu.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.