RTW day 90: strani cartelli e fari non abbastanza fari a Cape Otway

Non sappiamo se oggi riusciremo ad uscire vivi dalla stanza per via dell’anaconda che ci tiene sotto scacco, ma decidiamo di fare un ultimo gesto eroico: andiamo in avanscoperta con una padella in mano e i piedi brasati di Paolo con i segni dei sandali in bella vista… così è sicuro che la bestia rabbrividisce e scappa!

Subito dopo aver aperto la porta, armati più di Rambo, scopriamo che il sibilo del velenosissimo serpente, che immaginavamo pronto ad azzannarci tanto da farci barricare in stanza con una sedia davanti alla porta e da farci dormire brandendo il bastone della scopa in mano, non era altro che una pompetta ad aria montata sull’uscio con lo scopo di non farlo sbattere.

Quest’oggi forse sarà difficile trovare un posto per andare a mangiare, così ci prepariamo il buon vecchio pranzo al sacco: tonno in scatola, verdure, uova sode e anguria. Paolo si occupa delle uova sode e mentre sto chiudendo la valigia sento: stock, stock, stock, stock, stock, stock. Al momento non ci faccio caso, ma ricollego il tutto nel momento in cui lui mi chiama ai fornelli, con le braccia sui fianchi e l’aria di chi le ha tentate tutte per salvare il paziente sotto i ferri, dicendomi: “aaah, mannaggia, è uscito il bianco!”

Guardo nella padella ed esclamo: “uova rotte ne abbiamo?” Beh, direi proprio di sì, soprattutto se si buttano in pentola come se si lanciasse un giavellotto.

Salutiamo la nostra stanza-fornace per rimetterci in viaggio, ma prima di salire in auto vedo Paolo con degli strani segni di colore blu sulle gambe e sulle mani. L’unica spiegazione plausibile che riesco a darmi è che abbia accoppato un puffo che gli voleva rubare le uova spatarrate!

Prima di lasciare la città ci dirigiamo verso il Surfworld Museum di Torquay, il più grande museo del mondo dedicato al surf e perciò considerato la mecca dei surfisti. Qui si respira il fascino e la cultura di questo sport che è adrenalina e contemplazione al tempo stesso; è narrata la storia dei suoi eroi e delle leggende nazionali entrate a far parte della Surfing Hall of Fame. Stupisce anche la grandezza delle tavole di una volta, confronto a quelle minute di oggi.

E sulla parete dei surfisti ci siamo anche noi!

Per arrivare alla storica Great Ocean Road percorriamo un lungo tratto di strada tra alberi di eucalipto dall’inconfondibile profumo (e per sentirlo io, che il naso tappato da un mese, vuol dire che è proprio intenso). Ovviamente finiamo anche in un tratto sterrato non percorribile, ma questa è un’altra storia…

Ci imbattiamo in cartelli di ogni sorta che ci avvisano di fare attenzione all’attraversamento di qualsiasi animale, compresi draghi, manticore, chimere e tarrasque per la gioia infinita dello spirito fantasy di Paolo!

Per la mia gioia invece non dobbiamo lottare con nessun drago (mi è bastato solo il pensiero del serpente di questa mattina) e, di tutte queste bestiole, incontriamo a bordo strada alcuni koala, leggermente più attivi del solito; visto che dormono per 20 ore al giorno non è facile trovarli svegli. In quei rari momenti mangiano foglie di eucalipto a tutto spiano. Uno di loro decide di produrre bagoli mentolati in diretta dall’alto della sua pianta. Una turista in infradito, pur di portarsi a casa uno scatto dell’attimo fuggente, finisce per pestare proprio quello che aveva appena fotografato. Il fidanzato le fa presente che porta fortuna e io aggiungo, mentre me la ghigno sotto i baffi, che siccome la bestiola è in via di estinzione, la sua rarissima mierda porterà ancora più fortuna. Poi sarà anche aromatizzata all’eucalipto e ci può fare anche i fumenti! Comunque penso che al suo posto mi sarei amputata un piede piuttosto che rimuovere il “prezioso” reperto dalle dita dei miei piedi.

La povera signora Koala ha pure un’espressione dispiaciuta, ma non è colpa sua… lei voleva andare nel bagno del camper, ma il marito era già lì, dall’alto del suo ramo, con lo sguardo della tigre, pronto a lamentarsi del fatto che aveva appena svuotato la scatola della vergogna.

Lei sapeva che il signor Koala avrebbe borbottato per tutto il viaggio fino al prossimo albero di eucalipto, quindi è stata obbligata ad andare a farla nella naturaleza! Io sto quasi per intervenire in sua difesa, quando il cognato mi fa segno di tacere…

Come si suol dire: “tra Koala e Koalo non metterci il dito, prima che pensano che è una foglia di eucalipto e te lo mozzicano pure”, così tutti si girano dall’altra parte e ricominciano a sonnecchiare, mentre noi ripartiamo per il nostro viaggio!

All’ingresso di una delle strade costiere più lunghe e panoramiche al mondo, il cartello della Great Ocean Road ci avvisa che stanno per iniziare i suoi 243 km. I soldati, di ritorno dalla Prima Guerra Mondiale, costruirono la B100 scavandola nella scogliera con picconi, pale e palanchini. Iniziamo ad Apollo Bay questa parte di viaggio on the road percorrendo spiagge, calette, scogliere, archi di pietra e faraglioni a picco sul mare.

I quattro fari situati lungo tutta la costa sono ancora attivi ed il loro passato è ricco di naufragi, relitti e di storie di fantasmi. Noi decidiamo di visitare Cape Otway, il faro più antico del continente australiano e dal 1848 era la prima immagine australiana vista dai migranti europei. Il percorso a piedi per raggiungerlo si inerpica in un boschetto di piante aggrovigliate e già pregustiamo la vista dal punto che separa l’Oceano meridionale dallo Stretto di Bass.

L’amara sorpresa è che l’ingresso costa una salassata… dalle immagini esposte alla cassa non ci sembra valga la pena, così ci accontentiamo di aver messo piede nel secondo punto più a sud dell’Australia continentale, tra le zone più umide dello stato.

Torniamo sui nostri passi e ci dirigiamo verso il Motel più economico della zona… il cartello cita la presenza di una piscina per nuotare, una spa calda, un’area per il barbecue e picnic. Nulla di tutto ciò è mai stato pervenuto. Qui siamo finiti al Motel vai-a-Ramengo del cugino!

Prima di andare a letto la mia dolce metà mi fa notare che valeva la pena pagare l’ingresso solo per fari di una certa categoria…

Caro, a me piace l’avventura, ma farmi spazzare via dal mare in tempesta anche no, così la mia risposta più gentile poteva solo essere incisa in un “vai a Ramengo!”.

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