RTW day 93: il silenzio maestoso del Kata Tjuṯa

Sorvolare il Territorio del Nord dell’Australia confonde un po’ le idee!

La Vale, che in questo volo è stata con il naso appiccicato al finestrino, è partita consapevole di essere seduta su un aereo decollato da Melbourne e di trovarsi sul pianeta Terra, ma ora è quasi convinta di stare per atterrare con un’astronave su un altro mondo. Dall’alto la vista di questo territorio stupisce da subito: il nulla per migliaia di chilometri, il nulla a perdita d’occhio! Deserto pianeggiante, crosta terrestre, bianchi laghi di sale cristallizzato, un pianeta che sembra disabitato e solo poco prima di atterrare ti accorgi di quella linea solcata sulla terra rossa: è una strada. Un’unica strada che attraversa il nulla… o almeno, così sembra all’inizio, perché in questi giorni scopriremo un “nulla” molto più profondo e denso di quanto potessimo immaginare!

Io, che invece ho ronfato con la bolla al naso per tutto il volo indossando la mascherina rosa con gli occhi a forma di ciambelle, ho sognato deserti… tempeste di sabbia, 50 gradi all’ombra… niente acqua… neanche un’oasi… vento secco… serpenti e diavoli cornuti (simpatiche bestiole del luogo)… Sobbalzone! Mi sveglio di colpo, siamo atterrati! Apro gli occhi: scusate forse ho preso l’aereo sbagliato, non è che siamo tornati alle Fiji? No, perché fuori dall’aereo vedo nuvoloni neri all’orizzonte e c’è un’umidità da foresta pluviale. Mi avevano detto che seremmo andati nel torrido outback australiano… vabbè ho capito, abbiamo portato la pioggia pure qui, come neanche uno sciamano aborigeno saprebbe fare.

L’aeroporto è piccolissimo e, per tracciare il percorso per i passeggeri che scendono dall’aereo, la legge sulla sicurezza locale prevede:

  • solido bidone della spazzatura
  • bandierine avanzare dalla festa di compleanno per i 5 anni del figlio del pilota.

Abbiamo già alcune idee su cosa fare nei prossimi giorni: tipo andare a vedere il tramonto dal posto in cui di solito si va a vedere l’alba… Robe così, insomma… ma siccome i tour per i matti non li hanno ancora inventati, ce li costruiamo noi! Anzi, per evitare di essere spennati dai vari tour organizzati (e perché ci teniamo alla nostra incolumità) affittiamo una macchina a prezzo stracciato per girare nei prossimi giorni in modo indipendente. Come noi, in fila al bancone dell’autonoleggio, ci son altri matti facilmente riconoscibili da dettagli inconfondibili; c’è chi si becca le mascherine rosa con le ciambelle disegnate, chi invece le calze con le ciliegie… anche questo deve essere un regalo della morosa e delle sue crudeli amiche!

Questo pomeriggio è di perlustrazione: la Vale cataloga per livello di autenticità tutti i negozietti di artigianato locale nell’arco di un chilometro, facendosi già affascinare dai coloratissimi quadri puntinati dipinti con la tecnica aborigena, mentre io raccolgo mappe e informazioni su come spostarci in questa landa desolata.

Ci troviamo nel Parco Nazionale dell’Uluṟu-Kata Tjuṯa e, come dice lo stesso nome, due sono le cose da vedere: l’Uluṟu e il Kata Tjuṯa. Facile.

Appena si giunge qui la destinazione principale è il famoso Uluṟu, lo si vede in tutte le cartoline, invece dell’altra “roccia” nessuno ricorda così facilmente il nome. Abbiamo il primo tramonto da giocarci e ovviamente andiamo subito in controtendenza. Chiedo alla Vale dove vuole andare e lei piazza il dito sulla cartina e dice: “il Kata Tjuṯa mi chiama!”. Manco a dirlo siamo già dove la porta il cuore… ormai la seguo senza far domande, alla fine ci prende sempre!

Sulla strada ci siamo solo noi e la cosa ci piace assai!

L’umidità è veramente palpabile e le pozze di fanghiglia rossa, lasciate dal temporale appena passato, sembrano sabbie mobili… sprofondiamo zozzando gli scarponcini e i pantaloni, senza curarcene troppo.

Ci avventuriamo fino all’interno della Walpa Gorge del Kata Tjuṯa: l’immensità che si prova a guardarle è indescrivibile e la soggezione che si sente a passare in mezzo a queste cupole ci porta a camminare in silenzio e anche i nostri pensieri bisbigliano per non fare rumore!

La Vale cammina un po’ di passi davanti a me e in questa foto c’è tutto il suo spirito guerriero… potrebbe sedersi su questa panchina a rifiatare e invece continua imperterrita a seguire il suo istinto verso nuove mete. Mito.

Dopo un po’ torniamo indietro per raggiungere il puntoi da cui vogliamo goderci il tramonto, ma prima un autoscatto per ricordarci di questo posto lunare e misterioso.

Ma perché portarsi il cavalletto se puoi rischiare di far cadere la macchina fotografica nell’acqua?!

Una volta arrivati al punto di osservazione troviamo solo un piccolo gruppetto di tranquilli turisti, la maggior parte disperata per le scarpe di camoscio zuppe e ormai irrecuperabili, che si consola bevendo birra e banchettando a tartine e mosche. La Vale, che solo a sentire la parola alcool mi si ubriaca, se ne esce con una frase piuttosto bizzarra: “pensa se adesso esce l’arcobaleno!”… è già ciuca! Mentre attendiamo il calar del sole un altro scroscio di acqua fa scappare quei pochi turisti, noi attendiamo imperterriti il calar del sole sotto i nostri impermeabili. Ora ci siamo davvero solo noi e le mosche.

Ripenso all’esclamazione della Vale, abbiamo fatto piovere e già mi sembra sufficiente, ma poi l’arcobaleno nel deserto? Pura fantascienza! Appena lo scroscio d’acqua si placa, ci troviamo lì a bocca aperta ad ammirare un timido arcobaleno che cerca di fare ponte con il massiccio davanti a noi! Vale, scusa… prova a dire: “pensa se vinciamo al Superenalotto così stiamo in viaggio per un altro anno almeno?”

L’arcobaleno e la vista del Kata Tjuṯa che pian piano scompare all’imbrunire è un qualcosa di indescrivibile… oltre 20 km di rocce imponenti che emanano una pace e un’energia fuori dal comune. Capiamo anche perché le tribù aborigene lo chiamano “molte teste”, queste formazioni rocciose sono costituite da 36 cupole, tutte ravvicinate, e sembrano tanti capoccioni pensanti, uno attaccato all’altro. Per il popolo aborigeno Anangu, che abita in questa zona da oltre 22.000 anni, questo è un luogo sacro e molte delle storie legate a questo posto sono tuttora segrete. Una delle leggende note narra che il grande serpente Wanambi vivesse sulla cima di Mount Olga (nome dato dagli inglesi al monte più alto) e che scendesse solo durante la stagione secca. Qui diluvia quindi stiamo tranquilli!

Le forme morbide del Kata Tjuṯa ci regalano uno spettacolo accattivante e magico: le cupole cambiano colore giocando con la luce del sole, passano dal color ocra e iniziano a sfavillare e a tingersi di rosso sangue man mano che il sole si nasconde sotto la terra.

Sulla via del ritorno passiamo attraverso un temporale e vediamo la zona dell’Uluṟu completamente coperta di nuvoloni neri, in piena fase diluvio universale… per fortuna non abbiamo seguito la massa, ma il fiuto da cane da tartufo della mia dolce metà!

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    la panchina mi ha richiamato alla mente quella del Parco Yosemite sotto il cielo stellato….(sospiro, sob!)

    1. Pablo ha detto:

      Te la ricordi?!? Grande!

  2. NINO ha detto:

    Come si fa a non ricordare. A parte la capacità che avete di farci partecipare, entrare nelle vostre emozioni, ci sono delle località e situazioni che non possono passare inosservate, specie da chi vorrebbe essere lì.

    1. la Vale ha detto:

      ❤️

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