RTW day 94-95: la sacra terra degli Anangu

Oggi edizione speciale! Ci affacciamo alla seconda metà del viaggio…93 giorni sono passati ed altri 93 ne abbiamo davanti a noi! Non vediamo l’ora…

Oggi conosceremo l’Uluṟu e la voglia di scoprire qualcosa di più di questa terra e di questo popolo è decisamente alle stelle; l’occasione ci arriva da una visita guidata gratuita, con tanto di ranger del parco a fare da cicerone. Saliamo in auto e percorriamo questa strada desolata in mezzo alla terra rossa del deserto australiano. Tutto è piatto fino a che, come un miraggio, appare questo enorme monolito che sembra esser stato messo lì dalla mano di un gigante!

A noi sembra un po’ il guscio di una preistorica tartaruga, che se ne sta lì, placida, da almeno 300 milioni di anni. In realtà ciò che i nostri occhi riescono a scorgere è solo la punta di un iceberg, un piccola parte di un’enorme formazione rocciosa che prosegue per chilometri nel sottosuolo. E scusate il momento Superquark, ma forse due numeri posso far capire perché siamo rimasti a bocca aperta.

  • Estensione: più di 340 metri
  • Altezza: 867 metri sul livello del mare
  • Profondità nella sabbia: per circa 7 km
  • Larghezza: circa 9 km

Così si capisce meglio che cosa ci siamo trovati davanti all’improvviso?! Ah, non è una montagna, ma una roccia… un’unica enorme roccia!!

Ma torniamo alla visita guidata:

  • ore 8:00 – inizia il tour con il ranger
  • ore 8:05 – siamo ancora in auto grazie ai nostri ritmi più simili a quelli del koala che a quelli del canguro
  • ore 8:10 – raggiungiamo il gruppetto di visitatori e becchiamo il fratello di Bud Spencer a farci da guida… un mito!
  • ore 8:11 e per le due ore successive – ci lasciamo incantare dalla magia di questo posto!

Ascoltiamo affascinati il perché l’Uluṟu sia per il popolo originario di queste terre il luogo più sacro, il punto da cui partono e dove finiscono tutte le strade del “dreamtime”, il luogo ancestrale della creazione, il posto in cui è nata la legge morale, che prende il nome di Tjukurpa. Per gli aborigeni Anangu, essa comprende passato, presente e futuro, è parte di loro come l’aria che respirano e la cosa affascinante è anche la sua manifestazione fisica: per tramandare questa legge usano le pietre, le pozze, le cime e ogni elemento naturale possibile la cui forma sia riconducibile ad un evento o ad una storia. Questa loro conoscenza è stata tramandata attraverso migliaia di anni, di generazione in generazione, attraverso rituali, cerimonie, canzoni, danze e disegni tracciati solo con le dita, o con un bastoncino, su quell’enorme lavagna naturale che è la sabbia del deserto rosso, o con colori naturali sulle pareti delle grotte, ancora oggi dipinte. Il legame fisico e spirituale che hanno con questa terra è decisamente intenso.

E anche la storia dei Mala è così, la storia di una tribù che è passata da qui e che ha lasciato dietro di sé una leggenda che ora è parte della Tjukurpa.

Mano a mano che camminiamo lungo la base dell’Uluṟu, vediamo la storia comparire davanti nostri occhi. Ora io cercherò di ripeterla senza essere blasfemo, che poi gli spiriti vengono a cercarmi e son cazzi… io l’ho capita così…

Il popolo nomade dei Mala veniva dal Nord e, giunto in prossimità dell’Uluṟu, decise che quello era il luogo adeguato per una celebrazione. In effetti, dopo giorni giorni di outback piatto, un sassone enorme non poteva passare di certo inosservato. Erano lì, che si stavano preparando per giorni e giorni di festa a base di salsiccia di lucertola grigliata, quando due emissari di una tribù dell’Ovest si presentarono per invitarli alla loro di festa. Ma i Mala, che già avevano il cotechino sulla brace, mica potevano buttare via tutto… che poi disdire lo sciamano è un casino (quello ha l’agenda sempre piena) e per non parlare del cantante neomelodico, che ti fa pagare pure la penale; viene fuori un putiferio, insomma! Declinarono gentilmente l’invito… Apriti cielo! I due ambasciatori della tribù dell’Ovest piantarono giù un muso che non finiva piú, così per vendicarsi dell’offesa, evocarono un demone delle sembianze di un dingo, ma alto tipo un grattacielo, che di gran corsa si diresse verso l’Uluṟu per distruggere la tribù dei Mala. La sua corsa non passó inosservata: un altro spirito, sotto le sembianze di un martin pescatore, voló dalle donne della tribù e le avvertí del pericolo incombente. Queste si affrettarono subito ad avvisare il resto della loro gente che, mollato tutto, pure le salamelle mezze smozzicate, fuggí a gambe levate. Il dingo ormai era lì pronto a scatenare la “viuuuulenza”, tanto che le salamelle manco le ha guardate perché poi nel combattimento gli rimangono sullo stomaco. Due valorosi guerrieri lottarono con coraggio per permettere alla tribù di scappare. Nella lotta il dingo impresse l’enorme impronta di una sua zampata sulla pietra.

Prego notare come Bud replica in maniera fedele l’accaduto.

I due guerrieri caddero in battaglia e il dingo riprese il suo inseguimento, ma ormai il popolo era riuscito ad infilarsi in uno stretto pertugio della roccia, ad uscire dal lato opposto dell’Uluṟu e a fuggire verso Sud facendo perdere le sue tracce.

Questa storia insegna a fare ciò in cui si crede e a portare a termine ciò che si è iniziato, ma anche che nel momento in cui arrivano i segnali di pericolo bisogna ascoltarli e trovare una soluzione.

Però ammazza come sono permalosi questi dell’Ovest! Oh ragazzi, se la storia non è proprio andata così, scrivetemi che la cambio! Non c’è bisogno che mi mandiate il dingo!

Ps: forse ho esagerato un po’ con la storia delle salsicce, ma era per renderla più attuale, infatti gli aborigeni, quando hanno ricevuto indietro la loro terra dal Governo Australiano, hanno festeggiato con grigliatone dalla mattina alla sera. Persone semplici che hanno lottato per ciò in cui credevano senza mai mollare, sempre fedeli alla loro Tjukurpa, che è alla base di tutta la conoscenza di Anangu e connette ogni cosa nella vita!

È ora di tornare alla base, perché qui dopo le 11:00 si schiatta e i cartelli di pericolo per il sole cocente non sono rassicuranti. Prima di levare le ancore notiamo un cartello alla base dell’Uluṟu: “per favore non scalatelo”.

Le sue pareti sono molto lisce e a strapiombo, scalare la roccia è pericoloso, ma non proibito. C’è anche un corrimano per agevolare la salita, anche se cartelli in tutte le lingue spiegano quanto il “climb” sia profondamente in contrasto con la spiritualità dell’Uluṟu, lasciando libertà di scelta, ma confidando nel senso di rispetto di ognuno.

In effetti, scalare un luogo così sacro è decisamente fuori luogo… nonostante ciò, troviamo un gruppetto di turisti italiani che sboroneggia (“ah io sarei salito e sceso in quarto d’ora, sigaretta compresa”) e si lamenta del fatto che il percorso sia chiuso per il troppo caldo… compreso un panzone dalla camicia sbottonata… una sola domanda ci sorge spontanea: ma perché?

Fuggiamo prima di commettere un delitto. La Vale quando mi si intesisce poi diventa più pericolosa del dingo, che va là e gli tira una zampata! Qui sta per partire in quarta…

Tutto ciò non toglie la possibilità di vivere “the rock” – come viene anche chiamata la montagna – in tutto il suo magnetismo! La sua magnificenza la percepisci nell’aria, cercando di comprendere il profondo legame che il popolo nomade Anangu ha con questo luogo. Qui gli uomini svolgono i propri rituali, su queste pareti i ragazzi imparano la loro legge, in questi anfratti le donne partoriscono i propri figli, è un luogo sacro e scalarlo è considerato una profanazione. Arrivare in cima per piantare una bandierina forse ci fa sentire dei supereroi che hanno superato i propri limiti, ma la vera scalata dell’Uluṟu è proprio quella di mettersi in connessione con lo spirito di questo luogo, facendosi accarezzare dal profumo della sua storia e dal suo misticismo. Con un po’ di sensibilità ognuno di noi può costruirsi il proprio itinerario nel cuore dell’universo aborigeno, senza necessariamente calpestarlo con i piedi. Il sentiero che conduce in cima all’Uluṟu comunque sarà chiuso e smantellato a partire dall’anno prossimo… un “please” non è purtroppo abbastanza potente!

Adoriamo questa natura, così potente e primordiale, i suoi colori, i suoi silenzi evocativi, il vento che ti sospinge quasi a farti perdere l’equilibrio e la sacralità che si percepisce in un luogo che sembra una cattedrale naturale. È innegabile, questa terra sprigiona un grande fascino, difficile da spiegare, ma tangibile … quasi fosse una persona “viva”. Stare qui, insieme, seduti su una panchina di legno, fra le acacie, gli eucalipti dai tronchi bianchissimi e levigati, a guardare questo rosso che cambia di intensità con la luce del sole sarà difficile da dimenticare…

Questa sera ci tocca accodarci ad un tour organizzato per andare a vedere Field of Lights, un’installazione di luci molto particolare posizionata davanti all’Uluṟu, opera dell’artista Bruce Munro.

La Vale ha iniziato il training autogeno un paio d’ore prima di salire sul bus e nel caso non fosse sufficiente ho in tasca una pistola di bromuro. Arriviamo su un’altura di fronte alla grande roccia… tra noi e lui “solo“ migliaia di luci che attendono di essere illuminate. Spente sono di colore bianco e sembra quasi che ai suoi piedi ci sia la neve.

Non vediamo l’ora che il sole cali per ammirare lo spettacolo di luci, ma nello stesso tempo ci vogliamo godere quest’attesa ascoltando il silenzio! Quand’ecco che iniziano a distribuire birre e spumante e tutti quelli che sono con noi iniziano a trincare alla grande. Manca più di mezz’ora al tramonto, se continuano a questo ritmo siamo finiti! Iniziano i primi schiamazzi da mercato del pesce e alla Vale già trema l’occhio! Ahia, sguardo della tigre in arrivo…

Chiediamo se possiamo iniziare a scendere dalla collina per goderci la lenta accensione delle luci, niente da fare siamo relegati lì sulla roccia del Re Leone, in ostaggio! La guida ci offre birra e tartine a tutto spiano, ma al ringhio della mia dolce metà (tramutatasi per l’occasione in dingo demoniaco) sparisce di corsa dietro al cespuglio a distanza di sicurezza. Ora che sono tutti belli allegretti, parte il momento foto “bottiglia di birra in primo piano affianco all’Uluṟu”… la Vale ha la vena della giugulare gonfia come una zampogna. Beh, devo dire che l’importanza e la sacralità che questo posto ha per gli aborigeni è stata compresa appieno; evidentemente la parola contemplazione, silenzio e rispetto non possono stare nella stessa frase di tour organizzato; è statistica: nella massa il pirla c’è sempre.

Finalmente tramonta il sole e siamo liberi, ma un’ultimo gesto della guida fa rizzare i capelli della Vale alla supersaien. La signorina con la delicatezza di un triceratopo inizia a strillare: “signoriiii e signoreeeee, ahaha, tutti in coro dite: ooooooooh!” in pieno stile curva da stadio. Devo immobilizzare la Vale con la presa vulcaniana di Spock.

Ora via, giù dalla duna, dribbliamo il primo gruppetto di turisti e giriamo in questo campo di luce godendoci la pace e il silenzio, ma solo con 40 minuti contati di tempo. Le luci adesso sono visibili in lontananza.

La Vale, dopo tutta questa attesa, è in fibrillazione… e abbiamo solo 40 minuti! Che percorso prendere? Tra quello corto e quello lungo vorrebbe optare per quello lunghissimo ed arrivare fin sotto l’Uluṟu, passando la serata in sua contemplazione… tutto questo nel cuore della notte, con il suo senso dell’orientamento da talpa. Iniziate ad avvertire i ranger per il recupero di domani mattina. All fine scendiamo ad un compromesso e zigzaghiamo nella parte più lontana dal parcheggio, con frequenti soste. Alzando gli occhi al cielo, le stelle brillano nel deserto, sullo sfondo la sagoma di Uluru e sul terreno le luci colorate dell’installazione… noi in mezzo a tutto questo! Field of Light è un simbolo personale che rappresenta le cose belle della vita.

Dei quaranta minuti concessi ne usiamo 39:55; la Vale riesce a scattare una foto anche mentre la trascino a forza sopra al bus che ci riporterà indietro.

Il giorno seguente abbiamo ancora spazio per un’alba prima di prendere il volo per Sydney e ci giochiamo di nuovo al nostro amato Kata Tjuṯa. Il sole secondo i miei accuratissimi calcoli astronomici dovrebbe sorgere tra due picchi, esattamente davanti a noi. Ci deve essere stato qualche errore di arrotondamento visto che vediamo il sole solo un’ora dopo l’alba. Ehm…

Abbiamo ancora tempo per le ultime cose della lista Uluru:

  • Firmare con orgoglio il libro “Io NON ho scalato l’Uluṟu” (che tempo fa era “ho scalato” e si trovava sopra la roccia)

  • Fare un giro al negozio di artigianato della comunità locale

  • Fotografare la Vale vicino al suo cartello preferito, che secondo la sua arguta interpretazione indica: “fionda” o “rabdomante”… che poi una volta beccata l’acqua, trovi anche il cammello che si abbevera.

  • Comprare un pacco di biscotti da mangiare in volo (che ovviamente si riveleranno immangiabili, ma che altrettanto ovviamente divorerò comunque)

Zaini pronti, salutiamo per l’ultima volta questi luoghi che ci hanno raccontato la loro storia… Pure il piccione, che tutti i giorni ci faceva le imboscate sul viottolo dell’hotel, soprannominato Elvis per chiari motivi, viene a salutarci.

Non sarà il diavolo cornuto (che ci è sfuggito tutti e tre i giorni, mannaggia), ma ci accontentiamo. Pulya Uluṟu, grazie di tutto.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    Vale, sei pronta ad emulare Robin Davidson? (ovviamente, oltre ai cammelli, in compagnia di Paolo)?

    1. la Vale ha detto:

      Robyn è impossibile da emulare, è unica! Ma sicuramente seguo uno dei suoi messaggi: “can expand your boundaries”. Mi sarebbe piaciuto incontrarla, così per caso…

  2. NINO ha detto:

    Anch’io😊

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